Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole
Archivio: December - 2007


MAI SOLI

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Sbircio tra i dati sull’accesso a “Equilibri dinamici” e si fa strada in me la percezione che questo luogo virtuale stia diventando sempre più luogo “reale” di incontro, reale nel senso di autentico, perché sono autentici i sentimenti le emozioni e le riflessioni espressi, espressi anche esitando, con qualche reticenza o timidezza: non è facile aprirsi, anche quando si è protetti da uno schermo.

Ma lo schermo ha una duplice funzione: nasconde e rivela. E non è forse vero che spesso, nel tentativo di nasconderci, riveliamo di noi più di quanto noi stessi immaginiamo?

Provo un senso di sincera gratitudine e di soddisfazione nel sentire il calore delle persone che qui si incontrano e partecipano - anche solo leggendo -, delle persone che condividono pensieri paure ed emozioni, suscitate magari proprio da una frase o da una parola captate in queste pagine.

Mentre scrivo vado con la mente agli sguardi di chi leggerà queste righe, agli stati d’animo ai desideri o turbamenti, e quello che sento è un senso sempre più profondo e avvolgente di comunità, di essere insieme, di cercare gli uni negli altri - e con gli altri - qualcosa e, perché no, di trovarla.

E’ un senso di famiglia, è il senso della rete. E’ il senso di non essere mai - o mai del tutto - soli, di non essere un semplice “rifugio da” ma un luogo di “propulsione verso”.

Ogni volta che entro in questo spazio – che di virtuale ha solo il mezzo – mi sento vicino ad altri - a voi altri - anche senza conoscerne il volto, e provo un’emozione che mi riempie di gioia e mi fa star bene. Ecco, più che pensare, sento. E quel che sento è che non sono e non siamo lontani.





LA MODA DI NON ESSERE ALLA MODA

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Tutto ciò che riguarda i fenomeni culturali e sociali, di massa o di nicchia, il costume e le idee, i cambiamenti e le crisi mi interessa, mi attrae come una calamita. Sono in aeroporto e, sfogliando un giornale, la mia attenzione viene catturata da un titolo: “E io mi ribello(Panorama, 6 dicembre).

Inizio a leggere l’articolo, firmato dalla giornalista Antonella Piperno:“E’ una disobbedienza civile ancora in fase embrionale. Ma molto determinata, trasversale e pronta a servirsi di armi satiriche, politiche e letterarie. Nemici da aggredire: i dicktat salutistici, consumistici, estetici e tecnologici che impongono di vivere in modo impeccabile”.

Leggo d’un fiato e un dubbio spezza l’apnea: che si tratti del solito atto di disobbedienza anticonsumistica, un po’ fricchettona, riproposto in chiave di “self-esteem”, tanto per citare un termine … alla moda.

 

Leggi l’articolo di Panorama





A UN RAGAZZO CHE NON C'E' PIU'

A un Ragazzo che non c’è più. A sua Madre, che nel Dolore urlerà il suo Amore.

Per Sempre.

 

 
LA VITA LA MORTE L’AMORE

 

la vita

la morte

l’amore

 

la vita poi incontrare

l’amore senza appuntamento

la morte senza davanzale

 

lavitalamortel’amore

 

la vita poi la stagione dell’unisono

-   amando – senza fine

senza che una fine

possa assolvere lo stesso compito

 

e non mi è mai riuscito di pensare

il senso altrove dell’amore

 

non mi riesce

se non in fantasie meno operose

 

:D

 

 

Giancarlo Sputore “Il venditore di petali”

 





UN LIBRO, MILLE RIFLESSIONI
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Qualche post fa dicevamo del piacere della lettura, di quanto il leggere possa nutrirci senza saziarci mai.
Di come un libro possa aprire uno squarcio e dischiuderci un nuovo orizzonte, una prospettiva inusitata, su di noi sul mondo.
Anche quando “sembra” che non stiamo cercando nulla, anche quando “sembra” che stiamo cercando tutt’altro.
Ed ecco che un rigo, perché spesso basta anche una frase, ci illumina e ci indica una strada possibile, percorribile, accendendo la miccia del cambiamento: quel cambiamento che forse, come ci racconta Fabrizio, è già dentro di noi.
Buona lettura!

 

 

 

Donna che legge, Picasso

 

 

 

Temere l'amore è temere la vita,
e chi teme la vita è già morto per tre quarti.

 (Bertrand Russell )

 

>> La cena è finita e si spande per la casa quel sapore, aspro e forte, di caffè che, borbottando, esce dalla caffettiera. Una gustosità che già si deposita in bocca ancora prima di portare la tazzina, leggermente calda, alle labbra. Accendo lo stereo e la voce roca e suadente di Ligabue parte dalle casse ed arriva al cuore attraverso le orecchie.
E' una magia pigra, una energia indolente quella che si sprigiona in questi momenti. Faccio partire il pc ed inizio a navigare. Inutile dire che "equilibri dinamici" è una delle mie tappe principali, leggo i nuovi post ed i commenti e noto sulla sinistra una immagine che ben conosco: la copertina de "L'uomo che sussurrava ai cavalli" di Nicholas Evans.
La mente ci mette un attimo a viaggiare all'indietro tra il tempo ed i ricordi fino al tempo in cui lessi per la prima volta questo straordinario libro.
A consigliarmelo fu un amico carissimo: Giuseppe Zanghi.
Era una di quei periodi in cui le cose che devono venire tardano ad arrivare, e le cose che ci sono hanno perso tutta la loro carica di vitalità. Inutile dire che l'insoddisfazione ed il nervosismo sono la cifra di questi momenti. Le giornate sembrano inutili, le notti troppo lunghe ed i tempi di solitudine pesano incredibilmente.
Iniziai così a leggere la storia di Evans, e più leggevo più mi sembrava che quel libro, quella storia parlasse di me e parlasse a me. Quel libro era una sorta di messaggio che aveva atteso proprio me per sussurrarmi non risposte preconfezionate ai miei turbamenti, ma il coraggio di portare alla luce quelle risposte che erano maturate dentro me e la forza di essere coerenti con tali scelte.
Ma quelle risposte e quelle scelte comportavano dei sacrifici ed erano proprio questi che non volevo fare: proprio questo, sono convinto, è stato per me il messaggio de "L'uomo che sussurrava ai cavalli".
La voce roca e suadente di Ligabue continua a cantare ed il caffè, nella sua tazzina appena scaldata, è nel frattempo pronto.


Fabrizio Cipollini





OLTRE NOI
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“Il bene è ciò che è secondo natura.

Il bene non è mai una cosa trascurabile.

Infatti, finché è una cosa da nulla, non è un bene; quando comincia ad essere un bene, non è più una cosa da nulla. Il bene ha come sicuro segno di riconoscimento la perfetta conformità con la natura”.

 

Seneca, Lettere a Lucilio

 

 

 


 Gabriele Zanieri, "Orizzonti", olio su tela

 

Una telefonata alle 7 del mattino: “Venga a donare, abbiamo bisogno di sangue. E’un’urgenza”. Il passaggio dal sonno alla veglia è brevissimo: la mia mente è lucida sono già sotto la doccia sono già in macchina. L’ospedale non è molto lontano, entro, mi invade l’odore forte del disinfettante, e poi, tanto calore.

Incontro le persone al lavoro e sono quasi tramortito da tanta laboriosità e frenesia, necessità di dare e consapevolezza di fare, di fare qualcosa di importante.

Entro nella stanza: prelievo, cerotto e qualche secondo d’attesa.

Quando sono fuori mi tocco il braccio un po’ indolenzito, salgo in macchina e non parto ma penso. Penso che la donazione di sangue sia un gesto di assoluta semplicità, eppure, ogni volta che lo faccio, scopro dentro di me qualcosa di diverso e di più profondo. Mi stupisco nel “sentire” che forse non sono io che dono, ma è una donazione che gli altri, i destinatari di quelle molecole infinite, semplici e complesse insieme, fanno a me. Penso soprattutto ai bambini, piccole creature alle quali l’universo chiede una prova al di sopra della loro e della nostra comprensione. Penso ai giovani e a quelli meno giovani, ai loro volti, ai loro occhi, alle loro sensazioni e ai loro interrogativi sulla Vita, la loro Vita, sostenuta dalla speranza di una gioia leggera da tornare ad assaporare.

Accendo il motore e, nel fare manovra, noto due persone che si agitano e sbraitano per contendersi un posto auto: non sono molto diverse da scimpanzé in lotta, anche se non lo fanno per istinto naturale per necessità di sopravvivenza, ma solo per il gusto cieco della prevaricazione solo per affermare in ogni modo un frainteso diritto ad esistere declinato in spicciola prepotenza.

Gesti sordi e carichi di frustrazione, e quotidianità avvelenata. Ma, per cosa? Qual è il vantaggio per sé e per gli altri, quale il senso?

Sono sulla strada di casa e con la mente vado a quelle persone a me sconosciute, bisognose di aiuto, di un gesto semplice e gratuito che a noi non costa proprio nulla.

 

www.fidas.it

 

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