Equilibri dinamici - allenamento al cambiamento consapevole


DAL CREDERE ALL'AGIRE
 

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“La grande meta della vita non è la conoscenza, bensì l’azione”

 

 

Thomas Henry Huxley

 

 

 

 

 


Tre passi verso la felicità, dicevamo nei post precedenti.

Bene, partiamo dall’ascolto, dall’ ascolto attivo per essere precisi. Che non è solo ascolto dell’altro, comprensione di ciò che l’altro intende comunicarci, ma una vera e propria azione sull’altro e su noi stessi.

Questo tipo di ascolto ci permette di intervenire nel reale, nel concreto, ovvero di produrre cambiamenti attraverso azioni orientate agli obiettivi.

Spesso il solo ascolto non basta, o comunque non è sufficiente a innescare l’azione, perché l’introspezione, lo scandaglio dei nostri (e altrui) stati mentali non è sempre condizione sufficiente per passare all’azione. Infatti, una volta sviluppato un livello di consapevolezza elevato, siamo sì nella condizione di riuscire a riconoscere e individuare l’origine di un nostro stato mentale e/ emotivo, le sue radici profonde, a sapere cosa ci ostacola e ci impedisce di passare all’azione o cosa ci può favorire, ma questa consapevolezza non è di per sé garanzia del “fare”. E questo mancato passaggio all’atto rischia di vanificare tutto il lavoro di introspezione svolto e di farci permanere in una condizione di immobilità.

Nel bene e nel male, sono le nostre credenze a condizionarci, credenze che spesso si configurano come preconcetti e pregiudizi circa la nostra capacità ad attivare i comportamenti necessari a raggiungere i nostri obiettivi. Le nostre credenze e convinzioni funzionano infatti come “filtri” attraverso i quali osserviamo il mondo e ne interpretiamo i segnali; sono paragonabili, se vogliamo, a dei comandanti (del cervello) che decidono per nostro conto. Prova ne è che quando siamo profondamente convinti che qualcosa sia vero, è come se impartissimo un ordine al nostro cervello circa il modo in cui interpretare ciò che ci accade e, proprio sulla base di questo convincimento, mobilitiamo tutto il nostro organismo nella direzione voluta.

Quando crediamo che qualcosa sia vero, entriamo letteralmente in uno stato d’animo per cui esso è vero.

Le nostre credenze rappresentano quindi degli strumenti formidabili, e imparare a gestirle può essere di notevole aiuto nel raggiungimento del benessere personale, esistenziale e professionale. Questo perché noi agiamo in base a ciò che crediamo. Alcune credenze possono fungere da stimolo e da pungolo, altre possono invece costituire un freno, o perché erronee o perché residuo di schemi passati, specchio di una realtà che non ci riguarda più.

Infatti siamo naturalmente portati a pronunciare frasi del tipo “io sono fatto così..” oppure “sarà difficile per me riuscire a…”, tutte frasi che denunciano la nostra tendenza ad affidarci a (e cullarci in) credenze che ci inchiodano alla staticità del presente e chiudono qualunque apertura di prospettiva su possibilità alternative, su diversi modi di essere nel mondo.

Veniamo all’esperienza concreta, alla mia piccola esperienza che tuttavia può fungere da esempio esplicativo.

Ogni volta che inizio un nuovo progetto, di vita o professionale, pur valutando con attenzione gli ostacoli  le difficoltà insite nel percorso, mi predispongo mentalmente a favore della riuscita.

Per cui focalizzo la mia attenzione sulla qualità delle risorse interne di cui dispongo, su come impiegarle correttamente, sulla mia energia e, soprattutto, mi chiedo se l’obiettivo particolare da raggiungere è in linea con i miei valori più profondi.

Solo allineando obiettivi, valori e credenze, io sarò certo di ottenere, o comunque di avvicinarmi il più possibile a ciò che desidero.

Ricordo, al riguardo, un episodio della mia vita professionale: quando, fresco di nomina nell’area marketing di una società, ho dovuto presentare una relazione sugli obiettivi dell’anno in corso e di quello successivo. Era un impegno importante, avrei dovuto essere convincente e conquistare alle mie idee la platea.

Ricordo ancora il mio dialogo interiore prima di cominciare: lo scorrere mentale di tutto ciò che avevo preparato, i punti fermi del mio discorso e, soprattutto, la consapevolezza di aver lavorato bene.

Entrato “in scena”, le me convinzioni “potenzianti” mi guidarono nella presentazione del mio lavoro, lavoro che riscosse l’approvazione della stragrande maggioranza dei presenti.

Ancora oggi, quelle convinzioni, trasformatesi ed arricchitesi nel tempo, mi guidano nel mio agire quotidiano, nella via privata come nel lavoro, sostenendo il mio percorso di crescita.

Sì, sto proprio parlando della necessità di sviluppare la fiducia in se stessi, fiducia che non è altro che uno stato della mente e dell’animo, una rappresentazione interna che governa il comportamento, una rappresentazione che va nutrita costantemente e di volta in volta verificata.

La credenza, quindi, può essere sia credenza in una possibilità di riuscita in ciò che si desidera, sia una convinzione negativa, che ci disarma e ci “fa credere” - appunto - di essere impotenti e destinati al fallimento, se non programmati per fallire!

Chiediamoci quindi come fare a sviluppare e potenziare quelle credenze che possono sostenerci (e non abbatterci e limitarci), nella consapevolezza che anche le nostre credenze sono una scelta, una scelta che dipende da noi.

 

 



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