Scrivere è trascrivere. Anche quando inventa, uno scrittore trascrive storie e cose di cui la vita lo ha reso partecipe: senza certi volti, certi eventi grandi o minimi, certi personaggi, certe luci, certe ombre, certi paesaggi, certi momenti di felicità e disperazione, tante pagine non sarebbero nate.
(Claudio Magris)
C’è una cosa che non mi piace quando le persone scoprono che “scrivi” e che hai pubblicato anche dei libri.
E’ un atteggiamento che promana sempre da una frase che, bene o male, inizia sempre così: “Davvero ? Complimenti !! Beato te ! Anche a me piacerebbe scrivere, ma non sono capace.”
Non è la frase in sé per sé che non mi piace, è l’idea alla base della stessa: l’autoconvinzione di non essere capace a far qualcosa.
Di solito, cerco di illustrare al mio interlocutore che il saper scrivere non è un dono divino e che, sempre, è il frutto di una passione coltivata ed allenata consapevolmente, mettendo in sinergia mente e cuore.
Nessuno di noi nasce, per esempio, con la capacità di essere un Coppi o un Bartali. Anzi non sappiamo neanche andare in bicicletta e, quando ce la regalano, paghiamo il nostro tributo di sangue in cadute e ginocchia sbucciate prima di iniziare a far girare i pedali restando in equilibrio.
Ovviamente non tutti coloro che sanno andare in bicicletta sono automaticamente Coppi o Bartali, ma alcuni ce la fanno. Eppure senza essere un Coppi o un Bartali, si può essere un Pantani, un Chiappucci, un Moser, un Saronni e potrei snocciolare nomi di valenti e vincenti ciclisti.
Se voglio diventare un campione di ciclismo, dovrò avere in mente l’immagine del mio campione di ciclismo e cercare di imitarlo.
Lo stesso è nello “scrivere”: bisogna leggere molto e trovare il proprio modello di scrittore, perché quello che va bene per me, potrebbe non andare bene per un altro.
Già a questo punto, i più continuano a crogiolarsi nella loro convinzione limitante e trovano mille scuse per non mettersi alla prova e fare il primo passo per superarlo.
Ovviamente indorano la pillola, magari facendomi dei complimenti, e cercano di portare il discorso da un’altra parte.
A questo punto, con la maggioranza dei miei interlocutori, lascio che il discorso parta da dove vogliono loro, ma se incontro qualcuno che mi ha trasmesso dei segnali forti della sua voglia di poter scrivere, allora riporto il discorso sulla scrittura e tiro fuori dalla mia valigetta una copia de “il gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach e chiedo a questa persona di leggermi ad alta voce un passo emblematico che ho sottolineato con l’evidenziatore giallo.
Il brano inizia con queste parole: “ La maggior parte dei gabbiani non si danno la pena di apprendere, del volo, altro che le nozioni elementari: gli basta arrivare dalla costa a dov'è il cibo e poi tornare a casa. Per la maggior parte dei gabbiani, volare non conta, conta man giare.” E finisce con una domanda : “Perché non puoi essere un gabbiano come gli altri, Jonathan ?”.Questo estratto dal capolavoro di Bach di solito non ha bisogno di commenti o di spiegazioni ulteriori, perché, da solo, è capace di emozionare positivamente. A me basta vedere quella luce negli occhi della persona, ed è a forma di gabbiano. Un gabbiano che ha deciso di non essere più come gli altri e che ha scelto il volare invece del mangiare.Certo questo è il primo passo, ma, spesso è il più importante.
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