L'amore ha mille sfaccettature, si sa. Non esiste un solo amore, e
nessuno è mai uguale all'altro. A volte si trasformano, si evolvono, raramente finiscono completamente. Tuttavia, se è stato amore autentico, rimane
dentro di noi e, in un qualche momento della vita, riaffiora dolcemente o prepotentemente, per una frazione di
secondo, per un giorno, per un mese. Il segreto risiede nella immensa capacità che
tutti noi abbiamo di amare e che ci è stata donata con... Amore.
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Questa intera creazione è essenzialmente soggettiva, e il sogno è il teatro dove il sognatore è allo stesso tempo sia la scena,
l'attore, il suggeritore, il direttore di scena, il manager, l'autore, il pubblico e il critico.
(Carl Gustav Jung)
Alfred Gockel, Danza Lunare
"Ha 38 anni, Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna. Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare la cosa con grande serenità. Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi, se non a lei ? Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle
- Ti aspettavo.
Lei aprirà la scatola e lentamente, quando vorrà, leggerà le lettere ad una ad una e risalendo un chilometrico filo di inchiostro blu si prenderà gli anni – i giorni, gli istanti – che quell'uomo, prima di conoscerla, già le aveva regalato. O forse, più semplicemente, capovolgerà la scatola e attonita davanti quella buffa nevicata di lettere sorriderà dicendo a quell'uomo
- Tu sei matto.
E per sempre lo amerà."
La voce trema ed il respiro si fa corto mentre, sopra il palco, inizio a leggere questo meraviglioso pezzo tratto da Oceanomare di Alessandro Baricco. Erano anni che volevo frequentare un corso di teatro ed adesso stavo realizzando il mio sogno.
La mia intenzione, però, non è quella di diventare un attore, ma quella di capire come funziona il "teatro". Apprendere le sue dinamiche e comprendere le sue iterazioni per poter scrivere meglio, anche dei drammi o adattamenti teatrali.
Anche se non ho velleità da attore, le emozioni, la passione, i sentimenti ed il calore che sto provando sono davvero forti. Persino lo stesso brano di Baricco diviene un caleidoscopio di nuovi sentimenti e nuove sensazioni.
Debora, la nostra insegnante, mi ferma e mi da qualche consiglio.
Debora, oltre ad avere un talento fuori dal comune, è davvero straordinaria.
Ha una energia quasi infinita e quando parla del teatro i suoi occhi brillano.
La vedo e mi ritrovo a pensare che abbiamo dei punti in comune. Quello che per lei è il teatro, per me è la poesia e la scrittura in genere.
Ho già deciso di regalarle il mio libro di poesie alla fine di questo stage.
Faccio un profondo respiro e stringo i lati del leggio per scaricare la tenzione…
"Ha 38 anni, Bartleboom…."
La voce si è fatta più chiara, il nervosismo sfuma e le emozioni si amplificano.
Valeva davvero la pena mettersi in gioco per provarle.
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II nostro cervello è migliore di quanto pensiamo, eppure siamo i primi a non crederlo. In realtà, siamo dotati di facoltà d’apprendimento e di creatività potenzialmente illimitate, ma ignoriamo questo fatto perché la maggior parte di noi è cresciuta sulla base delle teorie fondate sui test del quoziente di intelligenza. Il test fu inventato da Alfred Binet nel XIX secolo con lo scopo di misurare “oggettivamente” la capacità di capire, di ragionare e giudicare. La verità è che noi siamo molto di più della semplice capacità di ragionare: siamo anche emozioni, intuito, creatività. E la scrittura è una delle vie che ci permette di sperimentare la bellezza della nostra essenza creativa più profonda perché ci accompagna nella discesa verso la nostra parte più intima e, dunque, più autentica. Il post di Fabrizio Cipollini, che riporto di seguito, ne è ulteriore prova.
Lo scrittore professionista è un dilettante che non ha mollato
Richard David Bach
Il 18 febbraio scorso sul Corriere della Sera, Alessandro Piperno scriveva un interessante articolo sulla polemica, mai sopita e mai risolta, della necessarietà o meno della ispirazione nello scrivere. Piperno citava l'esempio di Stendhal che in soli 53 giorni riuscì a scrivere un classico come "La Certosa di Parma.". La domanda che poneva l'articolista ai lettori, scrittori o meno, è la seguente: "Ha davvero senso negare l'esistenza di ciò che taluni libri testimoniano quasi ad ogni capoverso ?". Questa domanda mi ha costretto a chiedere a me stesso cosa sia l'ispirazione e se la considerassi necessaria. Iniziamo dalla prima questione, cosa è l'ispirazione ? Senza voler scadere nel dogmatismo direi che l'ispirazione è l'atto di ascoltare gli stessi suoni con orecchie nuove, di provare le stesse emozioni con cuore nuovo, di vedere le stesse cose con occhi nuovi. È quel lampo di infinito e di grandezza che spalanca i tuoi canali percettivi sensoriali ed intellettivi e riesce a farti scoprire arcane e incantate relazioni tra le cose che ti circondano. È la svolta inaspettata del cammino che riserva la sorpresa più grande. È la caduta del velo di Maya e la conseguente visione delle cose così come sono, secondo la famosissima definizione di Schopenhauer. È quell'istante eterno che riesce perfino ad annullare lo spazio ed il tempo, in cui passato, presente e futuro diventa un unicum omogeneo e coerente. È il mancamento del respiro. È la vertigine che ci prende sull'abisso della percezione. È la forza che ti costringe a scrivere … La risposta al secondo quesito è abbastanza chiara. Secondo me l'ispirazione è necessaria e "si sente" quando essa manca. Ma la necessarietà dell'ispirazione non vuol dire che essa sia condizione sufficiente per poter scrivere bene. Per usare una metafora agreste possiamo dire che l'ispirazione è il seme che viene gettato sulla terra, sta poi all'agricoltore usare tutte le accortezze per far si che il seme diventi una sana e forte pianta da frutto. È quindi importante cercare di affinare la propria capacità di scrittura perché riusciremo sempre a far fruttare al massimo qualunque nostra idea. E quando arriverà l'ispirazione sapremmo cogliere al volo tutti i suoi benefici impulsi ed influssi. Per usare un'altra immagine possiamo paragonare lo scrittore ad un tagliatore di pietre preziose. Se egli è veramente esperto riesce a fare di una pietra banale un bel gioiello e di una pietra di valore una gemma straordinaria. Se egli non è perito allora neanche la più straordinaria pietra della terra riuscirà a dargli la gloria e la fama. Fortunatamente per noi le pietre più belle non sono ancora state trovate ed aspettano noi e la nostra ispirazione.
Fabrizio Cipollini
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“Il tempo è un fanciullo che gioca”
ERACLITO
All’interno delle organizzazioni è sempre più difficile scorgere fenomeni sociologicamente rilevanti di creatività viva. C’è un’abitudine stagnante: fare le cose in modo ripetitivo, senza alcuno slancio innovativo, in nome della standardizzazione dei processi, del consolidamento di un fare, ahimè, sempre uguale a se stesso.
La produzione di azioni simili può produrre nel tempo frustrazione, perdita di qualsiasi stimolo al processo ideativo, perdita della gioia di creare, quella gioia che deriva da uno sguardo nuovo su ciò che si conosce e che si è fissato per comodità e in modo – apparentemente - irreversibile.
E’ come se il processo creativo subisse una inibizione autoindotta, una vera e propria castrazione da parte delle persone che cooperano all’interno di una organizzazione, complice la consapevolezza che molto spesso i capi non accolgono (o ostacolo) le idee innovative e rendono vani il tempo e le energie mentali dedicati alla loro produzione.
A che scopo, dunque, esercitare la creatività?
Credo che sia questo il punto centrale della questione.
E credo anche che nella vita privata le cose non vadano diversamente.
L’impressione che ho è che non siamo più in grado di andare oltre le apparenze, di guardare con il cuore, prima che con la mente, mentre esercitiamo una “razionalità” che spesso non è altro che un condensato di giudizi, anzi pregiudizi, e visioni cristallizzate del mondo – degli altri e di noi stessi.
E’ per questo che resto affascinato dal comportamento dei bambini, dal loro essere diretti, dalla loro capacità di andare “a segno” senza arroganza. Il segreto è la semplicità del pensiero privo di sovrastrutture ideologiche che li porta a percepire ed interpretare la realtà in modo del tutto diverso rispetto al nostro. Quello che vedono i bambini, anche se noi non lo vediamo, non per questo non esiste. Probabilmente noi lo abbiamo solo dimenticato, licenziato dai sogni della nostra vita, rendendo la nostra vita un involucro vuoto o un rompicapo inspiegabile.
Ricordo di quando, da bambino, giocando con i miei amici, ci mettevamo tutti sotto un tavolo, immaginando di essere dentro una capanna, nel nostro piccolo rifugio: il “facciamo finta che”. Osservare e ascoltare il mondo dei bambini può aiutarci a recuperare una parte di noi lasciata chissà dove e chissà perché, e a sviluppare l’equilibrio – sempre più sfuggente – di “noi adulti”.
Insomma, per trovare nuova linfa vitale può anche bastare un “facciamo finta che”.
Leggi l'articolo "Cento bimbi a caccia dell'amico immaginario" apparso su "la Repubblica" il 19/12/2007
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Diamo spazio oggi al racconto di Tony che, in risposta alla nostra iniziativa (post del 26/09), ha riscritto la favola di Cappuccetto Rosso, re-interpretandola in chiave ambientalista e animalista: nonna e nipote si alleano in difesa di un povero lupo sopravvissuto alla distruzione del suo habitat naturale e alla ferocia di uomini-cacciatori convinti della sua pericolosità. Ma il lupo non minaccia più nessuno, è una delle vittime del cosiddetto progresso industriale e del progetto umano di asservire la natura, mortificandola. Fortunatamente, la coscienza ambientalista e animalista si è sempre più diffusa in questi ultimi decenni ed anche la politica non ha potuto non tener conto della nuova sensibilità rispetto a questi temi, inserendoli nella propria agenda.
“Che senso ha uccidere un orso?“ si chiede Dacia Maraini (Il Centro, 3/10/2007) a proposito dei delitti perpetrati in questi giorni a danno della fauna che popola i boschi del Parco nazionale d’Abruzzo. “Non fa veramente male a nessuno. E poi è anche una vigliaccheria. L’uomo oggi ha delle armi micidiali. Una volta c’era l’uomo con l’arco e la freccia e si difendeva dagli animali che lo attaccavano, o li cacciava per mangiare. Ma oggi? Sono dei poveri animali inermi e sono sempre di meno”.
La narrazione proposta da Tony può essere letta sia in senso letterale per cui il lupo è un lupo – ricollegandosi alla attualità di questi giorni -, sia in senso metaforico e simbolico – come una vera e propria favola pedagogica che ha per tema l’oscuro, il diverso e la minaccia che pare provenire all’uomo da tutto ciò che non conosce e che egli bolla per questo come “male”: da qui la necessità di barricarsi e di difendersi.
Buona lettura!
Dal punto di vista del lupo
Erano diversi giorni che il lupo non ingoiava un boccone.
Non era vecchio, non era malato, semplicemente non aveva più la sua casa.
L’uomo “cattivo”, con la sua incuria e la sua fame di denaro, gli stava portando via la casa e il cibo.
Nel bosco doveva passare un’autostrada.
Non c’era quasi più niente di quello che era stato il suo bosco, la sua dimora, fin da quando cucciolo con gli altri lupi correva e scorrazzava allegramente.
Oggi nessun animale tutti spariti, scappati o portati via negli zoo (i più fortunati).
L’unica cosa rimasta era un sentiero brullo che attraversava quello che rimaneva del suo regno, e proprio dal quel sentiero il lupo si incamminò in cerca di qualcosa da mangiare.
All’ingresso del paese incontrò una casa con un bellissimo e grande giardino. “Forse si mangia”, pensò.
Si sollevò lentamente sulle zampe posteriori e dalla finestra vide Cappuccetto Rosso con un cesto colmo di provviste per la nonna. (continua)
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I su e giu' della vita "Spero di rivederti presto", aggiunse il vecchio. "Mi ha fatto piacere la tua visita." Con ciò, gli strinse la mano e lo salutò. Il giovane era molto deluso all'idea di dover lasciare quel luogo splendido, ma si sentiva incoraggiato da quello che aveva trovato. Si disse che, in futuro, avrebbe guardato il lavoro e l'esistenza con occhi diversi. E sperava di riuscire a considerare il luogo in cui attualmente viveva come un'opportunità per scoprire quel lato positivo che si nasconde in ogni momento di crisi: solo così avrebbe potuto miglioirare le cose. Spencer Johnson, M.D. (Sperling & Kupfer)
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